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L’indagine di River

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Castello degli Echi, Maestro 370

«Raccontami quello che è successo, dall’inizio», domandò il capitano River ad uno dei servi del Castello degli Echi. C’era qualcosa in lui che non convinceva il militare, qualcosa di torbido ed inquietante che mal si addiceva alla splendida stanza in cui si trovavano, l’uno di fronte all’altro. Nel frattempo, altri soldati esploravano i corridoi dell’imponente edificio, con un’evidente curiosità per quelle parole che, potenti, risuonavano tra le mura, non più al contrario, ma precise, fluide e scorrevoli come un impetuoso torrente. Il servo scrutò gli occhi castani del capitano per infine raccontare, come gli altri servi prima di lui, quanto di quella notte effettivamente ricordasse. Memorie e fantasie si mescolavano in una realtà improponibile. 

«E poi, alla fine, siete arrivati voi e avete arrestato Billy!», disse il servo al termine del racconto, ascoltato attentamente dal capitano. Un racconto fatto di sangue, strane violenze e momenti di vuoto, in cui lui, come tutti gli altri servi, non ricordava più assolutamente nulla. 

«Intendi Eliot il Massacratore!», esordì il capitano, ribattendo contro il servo. Questi fece un cenno col capo, sommessamente. Eliot era stato già condotto ad una delle carrozze fortificate per il trasporto dei detenuti e presto la morte lo avrebbe raggiunto senza pietà. Il capitano chiese infine del proprietario, di Nefandis Animargento Midney. Nessuno l’aveva più visto, così come la sua guardia del corpo. Il capitano rimase in silenzio per un po’, infine si alzò dalla sedia, spostandola delicatamente e iniziò a camminare tra i suoi uomini. Osservava le tracce di sangue sparse per il castello, mentre i sottoposti cercavano di raccapezzarsi tra i vari presenti. 

 «Capitano, capitano!», urlò uno dei soldati. Con calma, fu raggiunto dal superiore all’interno di una stanzina raccapricciante. Strani strumenti, librerie colme di libri, fogli sparsi e un forte odore di non-so-che-cosa, caratterizzavano il tutto rendendo quel piccolo posto un insieme insopportabile. Fu quando il soldato gli fece notare un barattolo, con la mano tremante, che il capitano, freddo e stabile fino a quel momento, impallidì per la prima volta. Una testa mozzata, la testa di Nefandis, era all’interno di quel recipiente, sott’acqua. 

 «Ma… Ma…come è possibile?», balbettò il soldato.

«E’ qui da tanto tempo… Guarda i sedimenti nell’acqua e il segno della polvere sul tavolo», indicò il capitano, riprendendosi da quel breve attimo di mancata lucidità.

«Ma se questo è Nefandis… Chi è l’altro?», chiese bianco come un lenzuolo il soldato.
Il capitano rimase ancora una volta in silenzio, esaminando il resto della stanza, senza trovare una soluzione alle innumerevoli domande che gli correvano in mente. Toccava al pezzo forte: il sotterraneo. Non senza una certa tensione, scese al piano inferiore, dove poté udire, con ancora più chiarezza, quella eco che aveva portato l’Inquisizione e la Chiesa a rendere quel castello una sorta di santuario. Gli Inquisitori presenti già sul posto erano sbalorditi… Alcuni mormoravano che quel Laurence lo Sfregiato a cui apparteneva la voce, potesse essere niente meno che un Decimum Paladinus, ma altri ribattevano che non era possibile, considerando che quel templare era vissuto circa cento anni prima. Il capitano River si sedette su uno degli scalini che conducevano al sotterraneo, osservando gli Inquisitori prendere appunti e indagare, tentando di comprendere invano la natura di quella voce. Qualcosa di grosso era accaduto in quel castello. Si aggiustò i lunghi capelli neri, raccolti in una coda, attendendo che qualcuno degli altri presenti, quei pellegrini che a quanto pareva erano rimasti intrappolati all’interno di quelle mura sporche di sangue, si facesse avanti per parlare con lui. Fece un lungo sospiro.

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