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La notte della follia

Armonia, Maestro 370

Cedric stava tornando a casa, quella notte. Camminava spensierato sotto un cielo stellato, accompagnato da un flebile vento piacevole. Aveva trascorso una splendida serata, in compagnia della sua amata, in uno dei luoghi più appartati della città. La sua mente era ancora rivolta a lei, con un sorriso luminoso. L’aveva lasciata nel punto in cui erano soliti salutarsi, nascosti dal buio, in attesa di rivelare al mondo il loro amore. Pensava a quando, finché, tra i vicoli bui e assonnati, sentì delle urla provenire da poco lontano da lui. Si trattava di Harriet? Iniziò a correre verso le urla, angosciato come poche altre volte nella vita. Svoltò ad un angolo, ma non ebbe il tempo di realizzare quanto stesse accadendo: un colpo in pieno volto lo stese a terra, con il sangue che usciva fiotti dal naso. Senza capire il perché, un uomo dal volto coperto si trovava sopra di lui, con un martello da carpenteria in mano. Le urla della ragazza – ormai ne era certo, era la sua Harriet -, non si placavano. Cosa le stavano facendo? Ebbe modo di guardare oltre l’uomo incappucciato che lo sovrastava e ne fu sconvolto: la donna giaceva a terra, tenuta ferma da due donne e un uomo, anch’essi incappucciati. Quest’ultimo emetteva versi di mostruoso piacere, mentre la sua Harriet urlava di orrore.

«Basta, vi prego,», sussurrò Francis a stento, all’aguzzino davanti a sé.

Questi sorrideva sotto il cappuccio. Poi, iniziò a colpire la faccia del ragazzo con la punta del martello. Le urla di Harriet si facevano sempre più lontane, la vista si annebbiò in fretta; Francis, da lì a poco, sarebbe morto con la testa maciullata, mentre la sua giovane amata sarebbe rimasta abbandonata in un vicolo buio, come buia da lì in avanti sarebbe stata tutta la sua vita. Fu trovata da una guardia, accorsa per il trambusto, ma i carnefici erano già scomparsi. Da altre parti, tuttavia, per tutta la città, accorrevano guardie per degenerazioni del male. A subirne una fu il vecchio giocatore Garrett, uscito ubriaco da una taverna, come ogni sera. Non si rese conto nemmeno lui di cosa gli stesse accadendo: in breve tempo si ritrovò con trentanove pugnalate al ventre, per poi infine essere sgozzato. Era un atto inutile, ma non gli fu risparmiato nemmeno questo.

Molte altre, furono le vittime quella notte. Rapine, omicidi, stupri: tutto questo, e anche di più, venne consumato mentre il sole, dormiente, non illuminava le strade, non proteggeva dalle tenebre che ci avvolgono. Il sangue marchiava usci e finestre con simboli e scritte traboccanti di eresia e tra i vicoli si poteva udire un canto, una litania, debole ma costante. 

Le truppe di inquisitori e soldati, travolte dal panico cittadino, cercavano di porre freno all’assurda nottata di violenza e perversione dilagante ma i carri erano oramai colmi di cultisti e criminali da trasportare alle segrete.

Fu dinnanzi al cancello di una dimora che il male trovò la sua forma più atroce. Su ogni punta di ferro del cancello era stata infilzata una creatura: dapprima un gatto, poi un volatile, poi un cane, ancora uggiolante. Tra le braccia dell’esecutore, ora si trovava un bimbo in lacrime, reclamato a gran voce da una madre disperata lontana da lì.

L’uomo sollevò il bambino e fu l’indicibile.

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